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prefazione a "Mistero sull'Appennino" libro di Gino Monacchia

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Prefazione a "Mistero sull 'Appennino" a cura di Maria Luisa Simoncelli Bianchi

Maria Luisa Simoncelli Bianchi – Presentazione -Succisa 2 marzo 2008
‘MISTERO SULL’APPENNINO’ di Gino Monacchia

A breve distanza dal suo primo libro che documenta Succisa con amore e con fedeltà alla realtà,
Gino Monacchia, a cui mi lega un’antica conoscenza affettuosa e tanta stima, ha da pochi giorni dato alle stampe un nuovo piccolo, importante libro, sempre sulla linea della testimonianza di fatti e ambienti di vita reali, quelli del suo paese.
Conservare la memoria della propria terra madre è sentito come un dovere, c’è un orgoglio identitario, ma non un banale amore del proprio campanile, perché la vita della sua Succisa Gino la vive come segnale di se stesso e come metafora di come va il mondo dappertutto.
‘Mistero sull’Appennino’ è un piccolo intenso libro che ruota intorno ad un fatto reale, tre giornate di angoscia dal 17 al 19 aprile 1917 per la scomparsa di A(Dorino) Antiga, un pargoletto di due anni e tre mesi. Frugando tra le cronache di vita succisana che alcuni parroci, non tutti purtroppo, nel tempo hanno avuto la buona volontà di scrivere, Gino si è imbattuto nel fatto della scomparsa di Dorino.
La notizia ha lavorato sotto sotto, è diventato un pungolo che lo ha costretto ad allargare le ricerche, a sentire anziani che ancora ben ricordavano, del fatto gliene aveva parlato anche sua mamma. Dunque abbiamo il libro: è una scrittura di buona qualità. Nella mia vita di lavoro ho fatto analisi di testi, di opere letterarie: ho letto e riletto questo volume, non si può lasciarne la lettura una volta incominciata.
E’ un romanzo costruito su un fatto reale, è ben condotto, scritto bene, con linguaggio chiaro, ogni riga è un momento dell’evento che si viene narrando o registra un’emozione, sembrano i versetti dei testi biblici, proposizioni principali agili, senza le costruzioni sintattiche con gerarchie di subordinate: lo stile dominante, quasi esclusivo è la paratassi, per usare un parolone. Il buon italiano del professor Monacchia non disdegna di fare innesti, non molti, di dialetto e l’operazione dà colore e stile al linguaggio e nello stesso tempo conserva il nome degli oggetti e la denominazione delle località.
Un racconto realistico, condotto con sensibilità e acutezza psicologica: Gino in quel fatto, che resta carico di ipotesi e di mistero, si è immedesimato con tutto il suo cuore, ci dà indizi di se stesso, si rivela uomo, marito e padre che capisce cosa significhi soffrire, fa intuire lo smarrimento suo, e nostro, di fronte al dolore degli innocenti: siamo ogni giorno tormentati da fatti di infanzia violata, offesa e rapita e con conclusioni tragiche, Sarebbe colpa grave diventare indifferenti. Gino vive dentro di sé l’angoscia che colpì Ermelinda e Giuseppe, i genitori di Dorino, i fratelli quando da un momento all’altro Dorino, “Neno” che giocava nell’aia del casolare ai Brugnarei non si trova più. Subito il dramma coinvolge tutto il paese: i succisani diventano un cuore solo, piantano lì tutto e si mettono a cercare, interrompono la loro quotidianità, fatta di “vangare, seminare, curare, sistemare,
badare”: questa sequenza ritmata di verbi usata all’infinito (forse c’è qualche influenza del grande Montale) dà l’idea di fatica collettiva.
Cresce l’ansia, tutti guardano, tutti frugano, tutta Succisa è in subbuglio, perfino le bestie nelle stalle sono inquiete, i bambini non vogliono andare a letto e hanno paura. (leggi pp.24-25).
Ognuno cerca di rendersi utile, prima che arrivino i Carabinieri, i succisani hanno già escogitato e proposto una loro problematica investigativa, aperta a tutte le ipotesi plausibili: il bambino si è smarrito, incuriosito da qualcosa si è allontanato, è caduto nel torrente, può averlo mangiato il porco (incubi), è stato rapito da nomadi (ma in paese non se ne erano visti), e subentrano gli orchi, gli spiriti del male, le streghe, il diavolo, i fantasmi dell’immaginario collettivo che da sempre hanno popolato la fantasia delle persone e degli scrittori di favole. Camillo tira fuori la “donna sarvadga” che avrebbe portato lontano Dorino per avere un po’ di compagnia, spinta da amore materno. Teresa fa sortilegi e cerca di interpretare le forme strane da acqua e gocce d’olio nella padella messa sul fuoco. Altri pensano al rapimento, a un sequestro, ma gli Antiga non hanno soldi. E’ stato un atto di malvagità e ignoranza? Per odio, per vendetta?
Gino non dà un’adesione acritica, miracolistica o fatalistica: cerca di capire con la ragione, con gli strumenti delle indagini. Ma è un uomo di fede, nella consapevolezza del limite della condizione umana, innesta il soffio del divino, del soprannaturale che accompagna e conforta l’esistenza individuale e collettiva, come ben ricordava ai fedeli il parroco don Romeo Caldi. La speranza è virtù del cristiano, alla pari con la fede e la carità. Lo sente con prepotenza dentro di sé la mamma di Dorino. Riflettiamo un momento: la fiducia nell’aiuto del Signore, “dove manca Dio provvede” diceva la mamma a Gino e ai suoi fratelli, la fiducia in una provvidenza capace di fare un po’ di giustizia è stato il viatico che ha permesso ai nostri vecchi di affrontare tanti sacrifici e orrori (guerra, quel 1917 ha portato via anche da Succisa tanti giovani, epidemie, stava allora arrivando il flagello della spagnola, che ucciderà due fratelli di Dorino, povertà, violenze varie). Era una fede senza domande, ma confortante e che entrava nel vissuto delle persone con forza: noi invece, che abbiamo letto qualcosa, abbiamo la pretesa di capire, siamo tormentati dal dubbio, forse anche salutare, ma troviamo a fatica brandelli di risposta o non li troviamo per niente. “Lei cos’ha da dire?” Cos’ha da dire Gino professore? Non ha risposta sul perché del male del mondo e su tanto altro, ma sa capire il dolore, si agita e parlotta nel sonno prima che la sua Rose lo rassicuri.
Ritorniamo alla ricerca del bambino: nella notte i paesani chiudono gli occhi a turno, fanno la sentinella “se si sentisse la voce, il pianto di Dorino”, Ci sono annotazioni psicometeorologiche: la notte induce a disperare, l’alba rincuora, rinnova la speranza “il cielo è velato, ma promette una buona giornata e ciò pare un buon segno”.
Ma la speranza più forte è nel cuore di Ermelinda, che non si dà per vinta, corre a Dio, alla Madonna e a Santa Zita. Gino ha fatto sgorgare dal suo cuore una preghiera che è una sublime lode della maternità capita nei sentimenti e nei gesti; un bimbo ha bisogno della sua mamma e la mamma non può vivere separata dal suo bimbo. Succisa è un paese speciale, ha dato i natali ai genitori e si dice a Zita, fatta Santa subito dopo la morte a Lucca nel lontano 1278. Zita, figlia di Succisa, è una sorella, è per sempre una del paese, che è una famiglia, una sola parentela, quindi Zita sollecita e materna deve accogliere nel suo grembiule il suo fratello Dorino, anch’egli un fiore, una rosa. Ermelinda ha premura verso il dolore degli altri, un sentimento altissimo che esprime i legami profondi dell’amore: solo chi soffre è capace di capire e di condividere fino in fondo le pene degli altri. C’è una solidarietà salvifica nella sofferenza: la testimonianza estrema è quella della croce assunta da Cristo. “Zita aiuta Giuseppe suo padre, che vive per i suoi figli e ora è senza parole, aiuta i fratelli nel loro dolore e infine, se puoi, aiuta anche me”. Delicatezza d’animo!
Le ricerche non si interrompono, si dilatano ai monti, oltre il crinale verso la valle del Taro, c’è un crescendo drammatico, “si raggiungono cascine e casoni a gran velocità, col fiato grosso e la voce balbettante”, si alternano scetticismo e speranza, si fanno scongiuri contro il destino. Gino si prende qualche pausa lirica, accenna al miracolo della natura: il viavai delle formiche, il canto dei grilli, il tremolio delle lucciole nei campi di grano, i passeri affamati in mezzo alla neve o lo scoiattolo nella pianta bucata: sono i poetici dettagli che il papà aveva fatto godere al suo Dorino portandolo nei campi per mano o a cavallino, dentro l’ampio e magnifico orizzonte che si gode da Succisa, coi profili rassicuranti e ameni dei monti su cui si adagiano le frazioni, piene di luce e di colori.
Il padre nell’angoscia e nella rabbia, uomo onesto e lavoratore, cerca di materializzare un colpevole a cui farla pagare: abbiamo bisogno di sapere il colpevole per esorcizzare il dolore, come sa Gino con sapienza psicologica. Tra le tante voci sussurrate o gridate si alza il suono delle campane, prima a martello e poi per radunare nella preghiera nel tempietto di Santa Zita. C’è il bimbo da salvare, lo può fare la “sorella” di tutti, Zita e Dorino è diventato figlio e fratello di tutto il paese.
La narrazione, col suo bel ritmo incalzante come in un crescendo di movimenti musicali, con assonanze e rime interne alla prosa, con dei climax molto efficaci (la tragedia è incombente, il cuore distrutto, la persona alienata), conduce al momento culminante (spannung lo chiamano gli addetti ai lavori, i narratologi di cui Gino ha contezza).
Marco, uno dei tanti uomini di Succisa che sono andati a cercare Dorino sui monti, è convinto che il bimbo sia morto o portato molto lontano. Con crudo realismo, come gli altri, sa che bisogna che la vita continui, cerca due legni di carpino (gambli) per la traza: risale e trova sotto un faggio, quasi sotto il Giogallo, un fagotto con una punta di rosso (il capellino). Prima parla piano poi urla “Ho trovato il bambino!”.
E’ finita l’angoscia e nello stesso momento giunge il suono delle campane che indicano la fine della scoperta e della preghiera a S. Zita. (leggi p. 59).
Eccitazione di tutti: il bosco risuona di voci, palpita di vita, il bimbo sorride, sembra tranquillo, qualcuno l’ha accudito e accanto al suo giaciglio ce n’è un altro grande per adulti.
Il mistero sull’Appennino è qui: cosa era accaduto? Tutte le ipotesi potrebbero essere vere. Per i CC che fanno il burocratico verbale è stato rapito, ma Modesta dice che “il giaciglio è quello dell’Angelo Custode”, o di un animale, dice un altro; un’altra dice che Dorino ha parlato di una “dona”. Non la donna sarvadga che esiste solo nella fantasia, il bambino qualche giorno dopo viene portato in chiesa, pettinato col ricciolino e profumato di borotalco, sta in braccio alla mamma, gli altri fanno gioiosa capanna intorno, vede la statua di S. Zita, sorride e dice “Dona…bava” (non sa ancora pronunciare la erre) e allunga le braccia verso la statua per toccarla.
Le soluzioni sono tutte aperte, la razionalità umana si incontra con la fede, l’intreccio è suggerito da alcune coincidenze che è difficile liquidare come semplici combinazioni casuali. La preghiera collettiva a S. Zita è fatta nella stessa ora in cui è stato ritrovato il bimbo. Marco era tornato indietro “spinto da un’idea che gli era venuta in mente improvvisamente”, poi sarà rammaricato che, per l’eccitazione di aver trovato il bimbo, non aveva subito investigato sul posto, per vedere se c’era qualcuno scappato via o che pentito lo aveva abbandonato per farlo ritrovare.
Voglio dire infine che nel libro ci sono piccoli quadri di vita familiare e di amore coniugale bellissimi: Marco nei giorni successivi al ritrovamento è agitato, Amelia sua moglie, la maestra del paese, lo invita a stare quieto, vorrebbe alzarsi per fargli una tisana, e invece: “No, Amelia, non andare che si svegliano i ragazzi: Vieni qui…un po’ più vicino che diciamo insieme una preghiera”. Toccante delicatezza! Gino, “che è stato presente in ogni scena della vicenda” ha veramente riportato in vita fatti del passato e li ha commentati con sensibilità, sapienza psicologica e con la penna di buon narratore.

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