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Notiziario storiografico completo su Santa Zita

  • Section: storia - Category: storia
  • Thursday, 12 January 2012 20:13
  • Last Updated Thursday, 12 January 2012 20:38
 

Notiziario storiografico su Santa Zita

 

 

 A cura di Gino Monacchia e Mattia Monacchia 

 

 

Notizie su Santa Zita (1218-1278)   

 

  Non esistono documenti che attestino la data e il luogo esatti della nascita.     I Lucchesi la vollero nata a Monsagrati da padre succisano e madre di quel luogo; i Succisani la vollero nata da genitori entrambi succisani alla Colla ed emigrata a Lucca con essi ancora bambina.Alla Colla di Succisa da quei tempi esiste “La casa di Santa Zita”, sulla quale è stato edificato il tempio a Lei dedicato, Il “campo di Santa Zita” e “la fontana di Santa Zita”, dove la Santa andava a lavarsi prima di andare a messa, come ricordato nella tradizione popolare e in documenti antichi e recenti. Il nonno paterno è sepolto nel vecchio cimitero di Succisa. 

Dante riconobbe Lombardi i suoi genitori. Vocabolo comune ai Pontremolesi. Alcuni commentatori danteschi la ritengono nata a Pontremoli.    

  Sull’appartenenza regionale e la connotazione di Lombardia e Toscana, ma anche Genovesato,  nel linguaggio comune delle popolazioni di questa parte dell’Appennino, Luigi Campolonghi, in Pontremoli Una cittadina italiana fra l’ ‘80 e il ‘900, osserva:“Perché, a quei tempi, la Lombardia cominciava per noi alla Cisa, e tutti quei che scendevano dalla Cisa eran detti lombardi. Così, la Toscana di cui pur facevamo parte, cominciava, per noi, a Massa e tutti quei che venivano d’oltre Massa eran detti toscani”.    

  Giuseppe Micheli, in Un’inchiesta folcloristica nell’Appennino Pontremolese, affrontando su un piano linguistico il problema di appartenenza territoriale della popolazione di questa’area appenninica, annota: “Così in Val di Magra è chiamato Genovesato tutto il finitimo territorio della Vara e dello spezzino, che è stato dominato da Genova. Per il motivo inverso, i parmigiani montanari, da Berceto a Corniglio, non son chiamati dal popolo della Val di Magra, Emiliani, termine anch’esso dotto e non usato dal popolo, ma Lombardi … ed in Toscana, dove non è possibile di scambiare per toscani gli abitanti dell’ Alta Val di Magra, viene riferita anche a loro la denominazione di Lombardi. Nella Toscana settentrionale sono appunto chiamate ‘lombarde’ le ragazze delle campagne e dei monti del pontremolese, che si recano, o vi si recavano, per far fortuna nei servizi domestici. Se S. Zita, come vuole un’antica tradizione della Val di Magra, apparteneva a una famiglia di Soccisa, dei Bernabovi, fu anche essa una di queste ‘Lombarde’. Dagli storici, infatti le è attribuito il cognome  di Lombardi… Se quella povera famiglia stabilitasi a Monsagrato era realmente emigrata dal piccolo paese della Magriola, non vi è nulla di strano che per la chiusa accentuazione dell’aspra parlata, fosse detta dei Lombardi. La verosomiglianza del fatto porta anzi un indizio di prova in favore della tradizione antica e tenace in Val di Magra”.[1]     

 

Ugolino da Parma, giureconsulto e magistrato di Lucca scriveva la vita di “S. Zita originaria della Colla, membro del villaggio di Succisa, territorio di Pontremoli. In tempo di carestia dai genitori abbandonata la patria, passò a Lucca e prese servizio in casa Fatinelli”.     

 

  Bernardino Campi in Memorie storiche della Città di Pontremoli la disse  nata alla Colla di Succisa, giurisdizione di Pontremoli, da Giovanni Bernabovi, sempre della Colla.      Emanuelle Gerini in Memorie storiche di illustri scrittori e uomini insigni scrive: Fu ella figliuola di certo Giovanni Bernabovi di povera condizione, falsamente reputato lombardo, e nacque essa il 1218 di nostra salute, non già in Monsagrato lucchese siccome alcuni si pensano, ma presso le fonti della Magra in un antico villaggio Pontremolese, chiamato Collasuccisa che patria era anche del padre di lei”.     

 Giovanni Targioni Tozzetti (1712-1783) in Relazioni d’alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana (Sezione V –Soggetti più illustri di Pontremoli – In santità) così scrive:“Fu illustrato Pontremoli nel secolo XIII da S Zita Vergine, Figlia di Giovanni Bernaboni della Colla nella Valle di Succisa, Giurisdizione di Pontremoli, ivi nata nel 1218. Il di lei Padre costretto dalla povertà ad abbandonare la Patria, portossi ad abitare in Monsagrato Dominio dei Lucchesi, avendo con altri suoi figli condotto seco la Giovinetta Zita, , la quale cresciuta in età, si diede a servire in Lucca, nella nobile Casa Fatinelli, dove per anni quaranta condusse una santa ed esemplare vita, e morendo l’anno 1278. Fu sepolta nell’antico Tempio di S. Frediano ove tuttora si venera il suo corpo incorrotto. Nella predetta Villa di Colla mostransi le rovine della di lei Casa paterna, e vi si venera una immagine molto miracolosa”. 

 

 E nella Sezione XII – Valle della Magra nel Pontremolese:“Essa Valle della Magriola, benché vasta, è montuosa, e non ha se non che alla sua destra i Villaggi di Polina o Pollina, e Succisa o Soccisa. Nella Villa della Colla di Succisa nacque S Zita come altrove si dirà”.    

 

 A 12 anni entrò a servizio nella casa dei signori Fatinelli di Lucca, dove visse fino alla morte e dove prestò la sua opera caritatevole verso i poveri. “La famiglia Bernabovi, quando Santa Zita era piccola, emigrò, probabilmente come altre della zona appenninica per ragioni di carestia, da Succisa verso l’importante città di Lucca seguendo l’antica via dei pellegrini e dei mercanti. Da Monsagrati, dove si era stabilita, quand’ebbe l’età di dodici anni Zita fu mandata a servire nella casa patrizia dei Fatinelli a Lucca. Qui morì all’età di 60 anni dopo aver compiuto molti miracoli”.Gino Monacchia, in Il Passo della Cisa e la sua strada. (Incontro con la storia).   

“Un documento della morte di S. Zita con chiari riferimenti alla Colla di Succisa come luogo di nascita era presente nell’Archivio Parrocchiale nel 1897 come riferisce in fede don L. Castellotti che lo trascrive a testimonianza:

“Hoc anno, videlicet 1278 quinto kalendas Mai,“Cita filia Joannis De Bernabovis Villae Collae “Succisiae Pontremuli 60 annorum aetatis suae “legibus naturae satisfecit Lucae in domo “Fatinelliorum, quibus per annos 48 inservivit. “Haec, dum vixit domuit carnem, subiugavit “infernum, et estinxit  chimeras omnium vitiorum. “In vita, et in morte, et post mortem miracula “edidit.“Dum erat infans, eius pater deseruit patriam, et “ad locum Monsegrati Dominii Lucensium “migravit”.In fedeSoccisa 14 ottobre 1897       L’Economo Sp.                                            Castellotti D Luigi  

(Dell’esistenza di un documento anonimo in latino dà testimonianza G.Targioni Tozzetti)  

Da  SUCCISA - Notizie utili per la storia” di Gino Monacchia      “Santa a furor di popolo, per i molti miracoli operati in vita, in morte et post mortem, nel 1696 fu portata agli onori degli altari da papa Innocenzo  XII. Fu proclamata patrona delle lavoratrici domestiche (serve) da papa Pio XII nel 1955.L’8 ottobre 1758 fu proclamata dal Consiglio Comunale di Pontremoli ConPatrona principale della città. ( Archivio Com. Antico Consiglii dal 1741 al 1777).     

“A Santa Zita sono stati attribuiti dai Succisani molti miracoli compiuti nel corso dei tempi.      E’ stato tramandato da genitori a figli il fatto prodigioso avvenuto durante la contesa fra Succisani e Lucchesi per la conservazione delle Sue spoglie mortali quando una voce attribuita alla Santa si pronunciò in questo modo: “Il corpo a Lucca, i miracoli a Succisa”.     Nel ‘900 due fatti accaduti davanti a tutta la popolazione del paese che ne è rimasta testimone sono stati considerati miracoli attribuiti alla Santa: il ritrovamento del piccolo Dorino Antiga, improvvisamente scomparso a soli 2 anni e tre mesi nell’aprile del 1917 e  l’inceppamento del cannone tedesco appena colpì la chiesa dopo aver bombardato il paese il 26 aprile 1945.  

   Dal Compendio della VITA DI S. ZITA VERGINE (Artigianelli, 1951). Con approvazione ecclesiastica.  

   “Santa Zita in casa Fatinelli” – Appena entrata in quella casa, Zita si dette ad adempiere con amore i doveri che la sua nuova condizione le imponeva: era ordinata e precisa; viveva modesta e ritirata; obbediente ai padroni, amorevole colle altre persone in servizio. Prima sua cura fu di ordinare la sua giornata in modo che senza mancare ai doveri verso i padroni potesse adempiere anche quelli verso Dio e così, nell’orazione e nel lavoro, santificarsi.    Allo spuntar del giorno si recava nella vicina chiesa di S. Frediano ad ascoltare la S. Messa, ad effondere i suoi affetti verso Dio in fervorose preghiere; tornata a casa attendeva ai sui lavori, badando a fuggire l’ozio e le inutili ciarle. Quando ne aveva di tempo, frequentava anche altre chiese di cui è così ricca la città di Lucca; soprattutto recavasi spesso a venerare ed a pregare innanzi al Volto Santo, quell’immagine cioè del Crocefisso che da tanti secoli è la gloria dei Lucchesi.”    “Una notte essa si recò, come di consueto nella vicina chiesa di S. Francesco per assistere agli Uffici notturni, finiti i quali sarebbe tornata a casa per preparare, di buon mattino, come soleva, il pane. Ma quella volta, assorta  in  alta contemplazione e rimasta inavvertita ai custodi, non s’avvide che il tempio si chiudeva  e vi restò serrata dentro. Si riscosse quando già il sole splendeva e quando il pane già doveva essere pronto. Si alzò turbata e corse a casa per domandare perdono ai padroni dell’involontaria negligenza; ma quale non fu il suo stupore quando vide nella madia il pane già bello e fatto, pronto per essere portato al forno! Pensò che fosse stata la padrona stessa che l’aveva fatto preparare e corse per ringraziarla: ma la padrona non ne sapeva nulla. Si cercò se il pane fosse stato fatto da qualcuno dei servi o da alcun altro di casa, e risultò che nessuno vi aveva neppure pensato. Portato poi il pane dal forno, fu trovato così squisito che non parve  fatto da mano terrena. Così Iddio mostrò con un miracolo quanto gli fosse cara la pietà e lo spirito d’orazione della sua serva fedele”.  

 

Carità  di S. Zita verso i poveri. Il miracolo dei fiori (op. cit.) “ Oltre la purezza dei costumi e della vita, una virtù risplendette in Zita in modo tutto particolare, una virtù che è come il risultato di tutte le altre e senza la quale tutte le altre sarebbero vane: la carità, e in modo speciale la carità verso i poveri, i derelitti, i peccatori. Già fin da bambina, si è visto, aveva mostrato un cuore sensibilissimo verso i poveri che battevano all’uscio della sua casuccia.Ora che si trovava al servizio di una doviziosa famiglia, potè esercitare anche di più il suo spirito di carità, e questo  non già coll’elargire inconsideratamente a danno dei suoi padroni, ma con sante industrie e con suo sacrificio. Contentandosi lei di pochissimo cibo, dava il resto in elemosina; raccoglieva con diligenza ogni avanzo di cibo che diversamente sarebbe stato sciupato e lo distribuiva; esortava i padroni a dare largamente ai poveri, nella persona dei quali vedeva Gesù. In quei tempi di continue guerre fraterne tra città e città, tra Guelfi e Ghibellini, quando erano ancora così imperfetti gli  ordinamenti sociali a favore de’ bisognosi, erano numerosissimi coloro che dovevano mendicare: o persone prive di ogni bene di fortuna, o ridotte a povertà da esili e confische. Questi bussavano numerosi alla casa dei Fatinelli sapendo che di lì, per opera della santa fantesca, non sarebbero partiti a mani vuote. Essa dava ciò che poteva, e quando non aveva più nulla si rivolgeva con dolce insistenza ai padroni, esortandoli a dare per amore di Dio; ed essi, che conoscevano la santità della loro serva, e potevano constatare nella crescente prosperità dei loro affari come l’elemosina sia fonte di benedizioni dal cielo, l’esaudivano. Questo ardore di carità di Zita venne illustrato con diversi graziosi prodigi de’ quali è ancora vivo il ricordo.Un giorno che essa, col grembiule pieno di tozzi di pane, si avviava frettolosa alla porta per distribuirli ai poveri che attendevano, si imbattè nel padrone che in quel momento rientrava in casa. Questi volle vedere che cosa portava  e le disse: Fermati: che cosa hai dentro al grembiule? Zita arrossì, perché voleva che rimanesse celata la sua carità, aprì il grembiule… e apparve pieno di rose e di altri olezzanti fiori. Il padrone rimase meravigliato e se n’andò. E grande fu altresì lo stupore  e la consolazione di Zita quando, giunta alla porta, vide che quei fiori si erano nuovamente trasformati in pane…il padrone comprese più tardi ciò che era avvenuto e d’allora in poi lasciò fare liberamente alla sua serva. Questo prodigio rimase così celebre che anche oggi Zita è raffigurata col grembiule pieno di fiori”.  

 

Carita’ di S. Zita verso i pellegrini e gli infermi. Altri prodigi (op. cit.)   “Altra classe di persone oggetto della sollecitudine di Zita erano i pellegrini che passavano in quei tempi numerosi […] Un caldo giorno d’estate che aveva distribuito tutto e nulla, più nulla, le restava a dare, le si accostò un povero pellegrino affranto che chiedeva la carità. “Ahimè”-disse Zita-che non ho più nulla da darvi; ma accettate almeno da me un bicchiere di acqua fresca!- Così dicendo attinge l’acqua al vicino pozzo e l’offre al poveretto; questi se l’accosta alle labbra e la trova cangiata in soavissimo vino; […] Ora accadde che un anno, in seguito alle guerre ostinate e devastatrici, allo scarso raccolto, vi fu in Toscana una gravissima carestia. Il prezzo del  grano era triplicato e cresciuto in proporzione quello degli altri generi. In quella scarsezza era un continuo accorrere di poveri affamati alla casa ove Zita dispensava quanto poteva. Ma venne un giorno in cui, distribuito l’ultimo tozzo di pane, si trovò a non avere proprio nulla. Ed ecco presentarsi a lei una povera madre, circondata dai suoi figlioletti smunti ed affamati e chiederle con voce languida qualcosa per amore di Dio…Zita si sente fortemente commossa a quello spettacolo doloroso, non può rimandar via senza un soccorso quegli infelici. Sapeva che il suo padrone aveva in casa una cassa piena di fave che egli faceva conto di vendere a tempo opportuno. Ispirata da Dio e tutta piena di fiducia nella sua Provvidenza, corre a quella cassa n, ne trae una quantità di fave che distribuisce a quei miserabili. Così fa anche i giorni seguenti co’ poveri che si presentano, risoluta a prendersi, di fronte al padrone, tutta la colpa di quella generosità. Ora venne il giorno che si presentò al padrone una bella occasione per vendere quelle fave con lauto guadagno: e, sapendone la quantità, la vendette, ed entrò nella stanza col compratore per verificarne la misura. Zita frattanto pregava fervorosamente Iddio che mitigasse verso di lei la collera del padrone. Ma questi non le fece alcuna rimostranza: infatti, tolte e misurate le fave, le aveva trovate in quella stessa quantità che ve le aveva fatte porre!” 

 

 Morte di S. Zita e miracoli che la seguirono (op. cit.) “ Ormai Zita era sui sessant’anni e la sua vita più angelica che umana era giuntà al termine; essa andava spesso ripetendo coll’Apostolo: Cupro dissolvi et esse cum Christo. Verso la fine di Aprile  del 1278 fu colta da una febbre che durò cinque  giorni; e il 27 di quel mese, munita di tutti i conforti religiosi, rese la sua bell’anima a Dio.Appena spirata, una lucidissima stella – narrano i biografi- comparve in pieno meriggio, non offuscata dallo splendore stesso del sole, sopra la città; tutte le campane della città, senza che mano d’uomo le agitasse suonarono a gloria; i fanciulletti, non indettati da alcuno, cominciarono a gridare: Andiamo a S. Frediano che è morta S. Zita!     In questa chiesa infatti fu portato, per cura de’ Fatinelli, il corpo della beata; […] Il corpo di Zita fu infine chiuso in un sarcofago di pietra: non per questo cessò il concorso dei devoti, non cessarono i miracoli. Usciva anzi da quel sepolcro un effluvio soave, così che fu necessario di lì a non molto soddisfare il desiderio dei Lucchesi e dei pellegrini che venivano  da lontano, di poter mirare co’ loro occhi le spoglie venerate. Fu pertanto aperto il sepolcro e fu trovato il corpo della santa ancora incorrotto, morbido e pieghevole come se fosse stata viva; fu rivestito con drappi preziosi e, riposto in un urna di pietra, collocato sopra un altare. Diverse ricognizioni  del sacro  corpo furono fatte  nei secolo XVI, XVII, XIX ( l’ultima nel 1878) e sempre fu trovato incorrotto”. 

Il culto di S.Zita (op.cit.) 

“ […] Nel Pontremolese S. Zita è venerata in particolar modo a Succisa, dove è vivissima la tradizione che la santa ivi nascesse e trascorresse i suoi primi anni.Su una parte dei resti della “casa di S. Zita”  fu eretta nel 1883, per cura di quei paesani, una cappella dedicata alla santa. E là accorrono, così il 27 aprile come la domenica successiva, da tutti i paesi vicini, numerosi fedeli a domandare grazie, a  ringraziare per quelle ottenute”. 

 Da “Succisa - Notizie utili per la storia”, op. cit. Oratorio o Cappella di S. Zita    

  In epoca molto remota sul luogo dove esisteva la casa di S. Zita, i Succisani avevano eretto una piccola Cappella” (Archivio parrocchiale) che le intemperie coll’andar degli anni avevano rovinato fino quasi a farla diroccare.     I Succisani, non volendo far scomparire una così cara memoria che li riguardava, nel 1882 presero l’iniziativa di ricostruire sui resti dell’antica Cappella un Oratorio.In breve tempo furono raccolti i fondi nel paese. Il materiale necessario fu trasportato gratuitamente e il lavoro procedette spedito. L’opera fu conclusa nell’anno 1883.Il Parroco Don Antonio Leonardi offrì la statua della Santa, opera dello scultore carrarese A. Leonardi.     L’Oratorio nel 1930 ebbe il rifacimento del nuovo pavimento con “pregiatissime mattonelle di Ponzano” (don Italo Gentile).     Nel 1933 la cupola ricoperta di eternit e il tetto sottostante ricoperto di piagne, dalle quali filtrava acqua piovana, furono restaurate, su incarico, da Toma Emilio del Ponte. Dallo stesso fu eseguita l’intonacatura dell’esterno col cemento.    Nel 1947 fu affrescata da Flavio Madelli, discepolo di L. Battistini. In anni molto recenti è stata rifatta la copertura della cupola e del tetto.

 

 

Campana Oratorio di Santa Zita

 

 

  La campana, posta sopra la facciata dell’Oratorio  o Cappella di Santa Zita ha una storia molto interessante. Sulla campana, donata in onore della Santa, è scritto:    “L’anno 1675 in Trento per elemosina e carità D. L. Celap. M. C. S. Franc. Ricci, pontremolese Podestà di Trento”. (della nobile famiglia Ricci Armani).     Tale campana, alla quale è attribuita la prerogativa di allontanare dalle campagne circostanti fulmini e grandine se suonata in tempo, apparteneva all’ Oratorio di S. Giuseppe alla Pollina (Cà d’ Nibalu) di patronato della famiglia Giumelli di Pontremoli. L’Oratorio venne chiuso al culto nel 1870 e la campana venduta a dei paesani che a loro volta la donarono all’Oratorio di Santa Zita. 

 

 

FESTA DI SANTA ZITA

 

 Da “ L’Angelo della Famiglia-Mensile-Giugno 1925-N°6”Bollettino parrocchiale di Soccisa (Pontremoli)   

 

    “Il 27 aprile u.s. con una solennità tutta di raccoglimento e piena di intimità Succisa celebrò il culto della concittadina Santa Zita: tutto il popolo si accostò ai Sacramenti in adempimento del Precetto Pasquale ed in preparazione spirituale alla solennità esterna della Santa, che per antica consuetudine viene procrastinata alla  Domenica successiva del giorno in cui ricorre.

Zelanti e numerosi furono i Confessori: in buon numero le Sante Messe: enorme il concorso alle Sacre funzioni. La  nostra popolazione raccolta intorno alla pia Verginella voleva pensare,  meditare, pregare ed implorare, quasi prevedendo che la Domenica del 3 maggio il culto della Santa avrebbe dovuto essere “lasciato ai pellegrini e ai forestieri, e non s’ingannò. “Emersa da una settimana di pioggia e di nevischio, ingentilita da un’alba magnifica, la Domenica del 3 maggio parve un miracolo. Da tutte le parti giunsero i devoti e verso le ore nove era ormai impossibile entrare nella Chiesa Parrocchiale. Da Berceto, da Borgotaro, da Solignano, dai paesi della nostra valle, dai monti, dalla Città vennero  numerosi, richiamati e accolti dal suono festoso delle nostre belle campane, la di cui eco percorrendo a ondate il monte e la valle, chiamava a raccolta i fedeli intorno a Colei che, umile, caritatevole e piccola meritò gli onori dei Santi.

Era tale e tanta la divozione degli intervenuti che il nostro infaticabile Arciprete dovette rivolgere per ben tre volte la parola ai pellegrini prima della Messa cantata: e furono parole sentite di ringraziamento e di fervorosi incitamenti al bene.

Nella Cappella di Santa Zita, (eretta per voto di popolo nel 1883 sui ruderi dell’antica casa della Santa, essendo Parrocco il compianto Don Antonio Leonardi che volle arricchirla di una bella statua in marmo), da  zelanti Sacerdoti si continuò per tutta  la mattinata a farne baciare la reliquia, e nella Parrocchiale furono continue le scoperte intercalate da canti e preghiere.

“Alle ore 11 la Messa solenne venne celebrata dal Rev. Mo Don Giacomo Garrone-Giuseppino-assistito dal Rev. Mo Don Luigi Musetti e da Fra Cesare da Torrano Cappuccino.

Terminate le funzioni a mezzogiorno la popolazione si riversò nei campi e prati intorno al paese, ed appena dati i primi rintocchi del Vespro, la Chiesa tornò in un momento stipata come nella mattinata.

Ultimati i Vespri, e prima della Benedizione col Venerabile, l’Arciprete dall’Altare rievocò vita e miracoli della Santa e con parola alata e commovente tratteggiò le umili origini della festeggiata e la vita da essa trascorsa nella preghiera, nel digiuno, nella carità e nella penitenza: rievocò i tempi burrascosi in cui visse ed i grandi meriti che acquistò presso Dio per la sua devozione. Tali ricordi, per la facile comunicativa dell’oratore, suscitarono un’emozione profonda negli ascoltatori e le gote di molti si videro solcate da lacrime di commozione.

La parte musicale venne sostenuta mirabilmente da ottimi giovani pontremolesi diretti dal bravo ed intelligente Maestro Nino Lomacci e accompagnati da scelta orchestra composta dai Signori Diatto Rabuffi, Bucchioni, Tozzi, Capecchi, Gallorini, Baracchini e Mori.

“Rare volte nelle nostre Chiese di campagna è dato passare un’ora così piena di gioia penosa- e di soave volontà di pianto- come quella che ci regalarono i suddetti bravi Signori colle loro bene affiatate armonie. Che Santa Zita li protegga: è l’espressione del nostro buon popolo - espressione che dice tutta l’ammirazione – insieme al doveroso ringraziamento.

La Messa in musica è opera del venerando Maestro Domenico Lomacci – che volle preparare il coro e lo seppe fare in brevissimo tempo e bene.

A nome dell’Opera Parrocchiale, del Molto Rev. Sig. Arciprete e di tutta la popolazione, vada ai cooperatori della buona riuscita della festa il ringraziamento più sentito, ed una lode vada ai nostri bravi cantori ed alle nostre brave figliuole che nell’Ode a Santa Zita furono veramente superiori ad ogni elogio.

Molti furono i doni di cera e di fiori, e ricchissimo l’abito regalato alla Santa, lavorato con gusto finissimo dalle venerande Suore del nostro Orfanotrofio femminile..

Ad edificazione di tutti è poi bene si sappia come la sera stessa della festa un ottimo giovane sposo della Parrocchia regalava una somma per rendere più decoroso l’Altare di Santa Zita – ed un altro beneficato (della Parrocchia di Oppilo) offriva una pezza di seta “finissima che messa all’incanto fruttò la somma di L. 320,00.

Per le offerte già fatte e per quelle che perverranno, si potrà così riordinare  non solo l’Altare di S. Zita, ma anche quello dedicato alla Vergine Maria che gli sta di fronte , adottando un unico disegno intonato all’architettura della Chiesa”.

 

 Dal “Bollettino Parrocchiale Soccisa-Giugno 1933” 

 

    “I devoti di S. Zita corrono a Soccisa regolarmente la domenica successiva alla festa, ma quest’anno si ebbe grande concorso di gente tanto il 27 aprile quanto la domenica successiva. Le sante comunioni furono molte e le migliaia di fiori distribuiti in chiesa e dalla gioventù femminile furono appena sufficienti.

Sappiamo i sacrifici che hanno fatto i nostri paesani per procurarci tanti fiori dalla Riviera e da altri luoghi; sappiamo pure quale fu l’assiduità della gioventù nel distribuire ricordi, nel mettere in ordine la chiesa, nella preparazione dei canti con l’accompagnamento d’Armonium.

“Tutto riuscì bene, soltanto la pioggia (secondo il solito) venne … con nostro rincrescimento quantunque i devoti della Santa siano concorsi ugualmente dalle valli del Taro, di Berceto e di Pontremoli ed abbiano stipata la chiesa dal mattino alla sera non solo durante il servizio in terzo e la predicazione che si tenne tanto un giorno che l’altro, ma anche “fuori funzione”.

  

UNA GRAZIA DA S.ZITA

 “Cari devoti di S.Zita,

Non sempre credo conveniente pubblicare le grazie che si ottengono  da S.Zita che vengono a mia conoscenza quale parroco. Tuttavia ho il piacere di palesare la seguente perché sia sempre più estesa la divozione e sia maggiormente onorata la nostra santa.

Il sabato santo dell’anno 1930 il parroco mio antecessore fu chiamato nel vicino paese di Montelungo (Pontremoli) nella casa dell’inferma Pratici Annunziata, che era stata ricoverata due volte all’ospedale di Pontremoli e si era recata a Parma per consultare alcuni professori medici. Da tutti ebbe la risposta  che l’unico rimedio era l’operazione al torace. Non volendo subire l’operazione, per diminuire il male doveva essere ricoverata una terza volta all’Ospedale di Pontremoli, ma non volle andare.

Il mio antecessore durante la sua visita  le consigliò la divozione a S.Zita e le suggerì il modo di praticarla.

L’inferma fece anche voto di frequentare per tre anni la festa di S.Zita a Soccisa dov’è la casa paterna della santa. Per il primo anno si fece trascinare alla festa; il secondo venne da sé,  e quest’anno 1933 mi ha detto che continua giornalmente a rivolgere preghiera a Santa Zita ma che non si sente più alcun male ed a quel benessere  è giunta senza medici e medicine.

 

In fede di quanto scritto, sono Barbieri Don Quinto Arciprete a Soccisa (Pontremoli)”.

 

   Inno a Santa Zita (op.cit.)  

 

O nostra sorella

Purissima Zita

Al cielo gradita

Noi siamo ai tuoi piè.

 

 Vedevi la luce

In questo bel nido

Che albergo ben fido

Per poco ti fu. 

 

Succisa devota

La casa diletta

Di te pargoletta

In tempio mutò.

 

 Diletto facesti

La vita servile

Il viver umìle

Ardendo pel Ciel. 

 

 Sul giovine impuro

Vittoria portasti

Virgineo serbasti

L’amor a Gesù.

 

 Amavi asciugare

La fronte al viandante,

La sete bruciante

A lui mitigar. 

 

Il fatto di Cana

A un prego tuo pio

La forza di Dio

Per te rinnovò.

 

 Del povero il cibo

In fior fu cangiato

All’occhio adirato

Del duro padron. 

 

La morte serena

Cantaro i fanciulli

Lasciando i trastulli

Correndo da te. 

 

Suonaron dall’alto

Le sacre campane

Vicine e lontane

Che niuno toccò. 

 

Proteggici sempre

Durante la vita

Perché la fiorita

Tua strada seguiam.

 

 Pel suol che toccasti

Pel suol che tocchiamo,

Che noi ti possiamo

Nel cielo veder.

 

 

[1] G. Micheli, Un’inchiesta folcloristica nell’Appennino Pontremolese. 1929.

[1] G. Micheli, Un’inchiesta folcloristica nell’Appennino Pontremolese. 1929.

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