il paese di succisa

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Leggende, aneddoti e curiosità

  • Section: documenti - Category: documenti
  • Wednesday, 25 March 2009 18:02
  • Last Updated Saturday, 24 December 2016 19:24

LEGGENDE

La Dona sarvadga

Si dice che nel ‘700 una bambina di Succisa fosse stata abbandonata in mezzo ai boschi. Sopravvissuta in mezzo a mille stenti, crebbe come un animale selvatico.Ogni tanto faceva incursione in paese per portare via cibo e altro, e ogni tanto avrebbe rapito qualche giovanotto ( presumibilmente per ‘abusare’ di lui) che dopo poche ore tornava al paese stordito e incapace di raccontare cosa gli era successo.

Segantino

Si dice che nel secondo dopoguerra , un uomo dalla identità misteriosa o un fantasma, con una enorme motosega ( erano state appena inventate) , stazionasse nei pressi del cimitero e ‘tagliasse’ a pezzetti col suo strumento infernale chi osava passare di lì dopo la mezzanotte

Confini

A Succisa il possesso della terra è sempre stato considerato un alto privilegio. Tanto che chi ne aveva meno di altri negli anni più miseri dopo la seconda guerra mondiale, spostava i ‘termi’, cioè i cippi che delimitavano il confine tra una proprietà e l’altra, per avere più territorio a disposizione.
Scoperto il gioco i più grossi proprietari terrieri diffusero la voce che ogni volta che veniva disonestamente spostato un ‘termo’ i morti cominciassero a lamentarsi. Spaventati dalla diceria, i disonesti spostatori smisero il loro giochetto

 Atei

Un uomo della Villavecchia, profondamente ateo, su insistenza delle figlie ( al contrario di lui religiose ) accettò che il prete andasse a dare la benedizione in casa sua.Giunto il giorno, il prete cominciò a dire le preghiere di rito ma quando fece per spargere l'acqua benedetta  si sentì bloccare il braccio dal padrone di casa, che gli intimò di fermarsi con queste parole: " Fèrma lì, ca mè in cà ad lumdità a gh 'n'ho anca tropa" ( Ferma lì, che io io in casa di umidità ne ho anche troppa).

Analisi

Un' anziana  signora dei Poderi portò le sue analisi al medico di famiglia, che dopo averle guardate così si espresse:

'Signora, le sue analisi vanno abbastanza bene. Le raccomando solo di bere qualche bicchiere in meno' . E la signora, con prontezza di spirito, diede questa risposta: 'Mè g'ho uton'ani e i mé biceri ai boivu in pace ( Io ho ottant'anni e i miei bicchieri li bevo in pace).

 Giovani sposi

 Una giovane sposa della Barca  voleva cucinare qualcosa di speciale per il  novello marito dei Poderi, ebbe l'idea di seguire la ricetta di un libro: la fagianella con l'uva. Dopo averla cucinata e servita, chiese un parere al marito sulla pietanza. Il marito, che non aveva apprezzato ma non voleva nemmeno offendere la moglie, così rispose:

" L'è buna, però an l'arfaru" ( E' buona, ma non la rifare).

Il matto dla Fossla

Nei pressi dei Poderi sorge un casolare chiamato La Fossla. Una volta abitava lì un uomo che aveva una strana abitudine: quella di ululare periodicamente, in maniera così forte da essere sentito da tutto il paese. La cosa singolare è che ululava sempre prima che piovesse: se si sentiva ululare quest'uomo, chiamato per questa sua abitudine "Il matto dla Fossla" si poteva stare certi che da lì a poco sarebbe piovuto. Pare che non abbia mai sbagliato una "previsione".

Il finto straniero

Un signore della Barca, tuttora vivente, durante il secondo dopoguerra faceva il commerciante a Roma. Un giorno stava rientrando a Succisa in treno, ma la fretta e la gioia di tornare a casa gli avevano fatto dimenticare di fare il biglietto. Ecco che a un certo puntò arrivo il controllore a chiedere a tutti  i passeggeri il biglietto: giunto il turno del succisano, non sapendo cosa inventare per cavarsi d'impaccio, disse una frase in dialetto succisano:

"L'è n'pezzu ch'ien madure al putleinghe in Pòna". Il controllore sbuffò dicendo " Ah, questi tedeschi" e se ne andò rassegnato lasciandolo viaggiare gratis. Aveva scambiato il dialetto succisano per la lingua tedesca che evidentemente lui non capiva.Per la cronaca, la frase signifIca: "E' un pezzo che sono mature le rose selvatiche in Pangona". Pangona è una località vicino a Succisa

Lo stesso signore della Barca, proprio di recente, dopo aver vendemmiato e aver visto quante damigiane di vino avrebbero riempito la cantina per un anno, ha esclamato: " Mè a u giuru ca sa fuss'acqua an gla faré a beivla tuta in n'anu" ( "Io giuro che fosse acqua non ce la farei a berla tutta in un anno)"

Memoria a metà

Un ragazzo della Pollina che andava per funghi incontrò nel boschi il compianto Pietro Ghelfi. In quell'attimo però Pietro Ghelfi non stava cercando nulla, ma era immobile a contemplare un pezzo di levata che teneva in mano. Il ragazzo si avvicinò chiedendogli se ci fosse qualcosa che non andava e Pietro così rispose:

" Ieri a'm son purtà i dointi e m'son scurdà l'alvada. Incò  ho purtà l'alvada e m'son scurdà i dointi" ( Ieri ho portato la dentiera ma mi sono scordato la levata, oggi ho portato la levata e mi son scordato la dentiera").

 

Iamòn

Il noto fisarmonicista Iamòn doveva andare a suonare nella Bòcca, in un tempo in cui non c'erano le strade moderne e le infrastrutture attuali. Accompagnato da alcuni amici, arrivarono in un punto dove si doveva attraversare il fiume Magriola con un balzo sui sassi. Era quasi il tramonto e i suoi amici si offrirono di portar loro la fisarmonica per alleggerirlo del peso ( era talmente magro che circolava il detto che fosse " trenta chili con l'armonica")ma Iamòn, gelosissimo del suo strumento, non lo volle dare a nessuno, e provò il salto con tutta la fisarmonica. Ma era passato da poco il tramonto e l'oscurità gli giocò un brutto scherzo: prese la schiuma prodotta dal fiume per un sasso affiorante e tentò di appoggiarci un piede in cima col risultato di finire a mollo. Tirato fuori dall'acqua, tutto zuppo, esclamò: " Ecco cagà. L'armonicu i s'è bagnà", ovvero " Ecco cagato: lo strumento si è bagnato". Da allora quest'espressione a Succisa è diventato un modo popolare per dire quando le cose vanno storte.

Lamenti

Un gruppo di donne era andato, come consuetudine, a vendere i prodotti locali lungo l'autostrada. Quella volta si erano piazzate in un tratto sopra il Cimitero di Succisa. Visto che gli affari stavano andando bene, decisero di trattenersi un pò anche oltre il tramonto. Giunse l'oscurità e le donne cominciarono a sentire degli strani e ripetuti  lamenti provenire dal Cimitero. Convinte che fossero i morti disturbati dalla loro attività, le donne se la diedero a gambe levate verso le rispettive case. Scoprirono tempo dopo che i lamenti altro non erano che i richiami dei gatti in amore, che si erano dati appuntamento proprio nel Camposanto.

Il lupo e la volpe

Questa è una favola conosciuta in tutta la Lunigiana: soltanto, la versione succisana si ferma dove la interrompiamo noi, quella lunigianese prosegue.

Un giorno un lupo e una volpe si incontrarono nei boschi. Erano entrambi digiuni da un pezzo e studiarono insieme un piano per mettere qualcosa nello stomaco. E decisero di andare a rubare il latte in un vicino cascinale. Aspettarono che la padrona se ne andasse per delle commissioni ed entrarono dove era custodito il latte da uno stretto sportello. Entrambi, divorati dalla fame, si avventarono sulle ciotole del bianco alimento. Ma la volpe, furba come vuole la tradizione, ogni tanto andava a misurarsi nello sportello per vedere se sarebbe passata ancora. E quando vide, che se avesse continuato a bere, non ce l'avrebbe fatta, si dileguò in silenzio lasciando il lupo da solo a bere, senza che questi, in preda alla fame, si accorgesse di nulla. Improvvisamente tornò la padrona che, scoperto il lupo, prese la scopa per bastonarlo ben bene. Il  lupo provò a fuggire ma aveva bevuto troppo latte e non passava più dallo sportello. Prima di riuscire a fuggire  prese un sacco di botte dalla padrona. Si nascose nei boschi e tutto dolorante incontrò nuovamente la volpe e si sfogò con lei:

"E' arrivata la padrona e mi ha riempito di botte. Non ce l'ho fatta a scappare dallo sportello  perchè avevo bevuto troppo e non ci passavo più. Mi fanno male tutte le ossa".

" A chi lo dici. Io ho la febbre e sono vicina a morire. Non ce la faccio nemmeno  a camminare- rispose la volpe- Prendimi in spalla e portami a bere al fiume". Il lupo credulone caricò la volpe e , mentre la trasportava, questa cantava: " Arì, arì, pr'al piòn, al maladu i porta u sòn" che significa "Arì arì per il piano, il malato porta il sano"

Il cantante

Natale Abba, uomo della Villavecchia, si trovava in ospedale a Genova, quando si vide entrare un infermiere che gli chiese:

<Lei come si chiama?>

<Abba> fu la pronta risposta.

E l'infermiere: <Ah, come i cantanti>.

<Ma allora mi conoscete- rispose Natale entusiasta- perchè io a Succisa canto spesso quando ho bevuto un pò>.

La vacca a due gambe

Gino Ferrari si  era recato sul Righedo per trasportare a casa il fieno che aveva tagliato in precedenza ed era ormai pronto. Mise il giogo alle sue due vacche e vi attaccò la <traza>, cioè quella strumento che aveva la funzione di carro per il trasporto, in questo caso del fieno. All'improvviso una delle sue vacche prese una storta e si azzoppò. Accertatosi che l'animale non poteva più proseguire, ma in qualche modo bisognava portare a casa il fieno, decise di mettersi il giogo al posto della vacca malata e di sostituirla. Non si sa come, ma Gino e fieno arrivarono a casa sani e salvi.

Il cane alfabetizzato

Secondo Bugari possedeva un cane da caccia, Paco,  che si dice sapesse leggere i manifesti. Questo perchè ogni volta che nelle bacheche del paese veniva affisso un manifesto relativo a qualche festa era visto dalla gente fissare ed annusare a lungo i manifesti con luogo e orario per poi comparirvi nel giro di una mezz'ora allo scopo di raccattare buon cibo. Famoso l'episodio in cui al Pian della Fagiola, mentre tutti erano distratti, rubò la pancetta dalla griglia dove era messa ad affumicare. Quando videro Paco in corsa con la pancetta in bocca dirigersi a gustarla in un posto tranquillo era troppo tardi. Paco sconfinava  nelle feste anche oltre Succisa ma pare che, per motivi ignoti, abbia sempre evitato Montelungo.

Succisa

Succisa, oltre a essere il nome del nostro paese, è anche il nome di un fiore piuttosto diffuso nei nostri prati, la Succisa pratensis, utilizzata per la preparazione di decotti.

Tradizioni Natalizie

Nei tre giorni di magro  che i succisani solitamente osservano ( Vigilia di Natale, Mercoledì delle Ceneri, Venerdì Santo) è tradizione  in  buona parte conservata cucinare baccalà e fagioli in bianco, o baccalà e patate lesse. In questi giorni, è tradizione un pò persa invece cucinare padelletti ( frittelle di grano) al sedano. In passato la sera della Vigilia le osterie del paese erano solite offrire un bicchierino di ponch alla livornese ai loro clienti

Ricette tipiche

I piatti tradizionali della cucina dei succisani sono:

Torta d'Erbi ( ingredienti base: farina, uova, ricotta, bietole, cipolle, patate)

Patona ( ingredienti base: farina di castagne)

Mes-ciada ( ingredienti base: farina di castagne e di grano)

 

Padelletti di grano o di castagno ( ingredienti base: farina di grano nei primi, farina di castagne nei secondi)

Bomba di riso ( ingredienti base: riso, spezzatino di vitello o altra carne, patate, carote, sedano, pangrattato, uova, salsa di pomodoro)

Frascadei ( ingredienti base: ossa di maiale, cavoli)

Levata ( ingredienti base: farina di grano, lievito)

I sopraelencati piatti sono comuni anche ad altre zone della Lunigiana: si tenga presente che ogni paese, persino ogni famiglia,  ha la sua tradizione e il suo modo di prepararli, quindi  si trovano tante piccole varianti.

 

Il malanno dei  muratori

Due muratori della Pollina accusavano forti dolori alle spalle. Entrambi andarono a fare una radiografia in ospedale. Quando si incontrarono, uno chiese all'altro che esito gli avesse dato: l'esito scritto era una calcificazione ossea, ma il muratore che non capiva molto il gergo medico ma molto più quello del suo mestiere, rispose: "I m'on truvà i calcinazzi in t'iossi. Mè a vrè saveru cum'on fatu a passaru dalla pela". La frase significa: "Mi han trovato i calcinacci nelle ossa. Vorrei proprio a sapere come han fatto a passare dalla pelle".

Tradizioni di Capodanno

A Succisa, come in molti altri paesi della Lunigiana, è tradizione ormai quasi del tutto abbandonata, che il  mattino del primo gennaio di ogni anno i bambini si rechino a fare gli auguri alle famiglie, ricevendo da questi dolcetti, caramelle, qualche spicciolo o altri piccoli regali.  Quando i bambini praticano questa tradizione si dice che <fanno la strenna>. Un'altra tradizione del Capodanno succisano  ormai in disuso era preparare un dolce chiamato " canastrelo",  a forma di ciambella, dal leggero sentore di limone e rhum con abbondanti gherigli di noci e nocciole, cotto nei testi.

 Condimenti tipici

Il trito di aglio e prezzemolo è usato molto spesso come condimento nella cucina succisana: si usa per condire i fagioli, il baccalà e i testaroli.

Antica educazione ambientale

Una volta a Succisa, quando non c'erano i rubinetti e i depuratori ma l'acqua si attingeva dai pozzi e dalle fontane, si correva il pericolo che i bambini vi facessero pipì dentro. Per evitare che l'acqua fosse contaminata , i grandi puntavano sull'educazione e il sentimento religioso allora molto più forti di oggi. Dicevano che chi faceva la pipì nell'acqua la faceva " in bocca alla Madonna".  I bimbi, timorati di Dio, a  quelle parole imparavano a non fare pipì nell'acqua.

La lotta con l'orso

Leopoldo Ferrari, nella prima metà dell'800, si era recato nella macchia delle Clarete a tagliare legna.   Aveva portato un fagotto con dentro il suo pranzo. Intento a tagliare non si era accorto che il fagotto gli era stato sottratto. Ma appena se ne avvide  si guardò intorno per cercare il ladro. Poco dopo lo notò: un  giovane  orso si era messo in disparte a sbafare . Leopoldo Ferrari,  in preda ai morsi della fame e accecato dalla rabbia e dalla fatica, ingaggiò un vero e proprio duello con l'orso, una gara di pugilato, dove ebbe la meglio e fece fuggire l'orso riprendendosi il suo cibo.  Resta da vedere quanto ci sia di leggenda e quanto di verità in questo aneddoto

Dopo il dovere il piacere

E' tradizione della frazione dei Poderi, quando si chiama qualcuno a lavorare a casa propria, preparare per l'occasione un abbondante banchetto di prodotti tipici, da consumarsi insieme  al termine del lavori

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