il paese di succisa

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Prefazione al libro di Gino Monacchia

  • Section: documenti - Category: documenti
  • Monday, 16 July 2012 12:12
  • Last Updated Monday, 16 July 2012 12:15
Prefazione di       Ivana Fornesi      Con il volume L’altra faccia (Racconti e … non racconti d’Appennino) Gino Monacchia si ripropone agli affezionati lettori che ben conoscono l’autore e la sua capacità di “tirare fuori” la squisita ricchezza interiore con onestà e sincerità. Essi sanno anche con quanta delicata nostalgia Gino percorre le vallate del nostro Appennino suscitandovi fatti, storie, leggende, fantasmi e sorprendenti curiosità. Tante perle che hanno trovato scrigno e custodia in quest’ ultima fatica letteraria in ordine di tempo. Il protagonista del libro è ancora Gì; quindi, nessuna scrittura criptica. Il riferimento all’autore e al mondo che lo ha visto nascere e crescere e ancora lo circonda è chiaro. E’ lui che, ripresa in mano la situazione de’ “Il volo sbilenco” (metafora della vita che nel susseguirsi delle stagioni ‘indossa’ le ali), riporta serenità a bordo riprendendo a raccontare e … non raccontare (come suggerisce il sottotitolo), dando così  corposità  a un segreto rivelato  nell’ultima strofa del componimento introduttivo. Felice è il connubio descrittivo semplice e profondo nello stesso tempo che unisce, come un filo indissolubile tra il cielo e la terra, tra l’immaginario e il concreto, il susseguirsi degli eventi.     Le ombre dietro le certezze, le continue altalene di ciò che appare e ciò che è reale, di sentimenti intimi, nascosti o esplicitati, le contraddizioni del passato e del presente disegnano i contorni e la sostanza de’ L’altra faccia.L’altra faccia, appunto. L’altra verità che non si vuol dire o non si può dire, che non si conosce ma si può scoprire, forse  presente in ogni uomo, in ogni circostanza, in ogni evento.     Le esperienze dello zio Aldo, di Beppe, Flò, Giuditta, Giustino, Ters ... e di altri personaggi dei racconti: nonna Adelina, Apollonia,  Giò, Orne … e anche gli animali, con le loro rivelazioni spontanee, riescono a far vibrare le corde dell’animo. Sensazioni, emozioni, riflessioni affiorano in un susseguirsi di sentimenti che racchiudono l’essenza della vita nello stupore, nella forza dell’essere, nel peso del dolore, nella gioia dei bambini, nel sostegno della fede … Un variegato microcosmo in cui spicca la sensibilità di Gino, naturalista capace di cogliere ogni sfumatura della campagna dove affondano le sue radici, insieme alle fole (… la donna sarvadga) che sono inviluppate nel profondo dell’immaginario dell’infanzia e nelle evocazioni del nostro privato leggendario.   Questo è un volume in cui il tempo raccontato influisce sulla scrittura e sul suo  ritmo; il linguaggio dalle mille sfaccettature fa trasparire la maturità dell’autore con le sue meditazioni in un “hic et nunc” lineari, sostenute a tratti da metafore, da espressioni dialettali (Dio at nà rmerta), da una garbata ironia, da un poetare sorgivo di umana schiettezza che gli è congeniale. Non a caso il libro si apre e si chiude con due poesie: Un segreto e Non andartene. Autentiche confidenze con le corde essenziali dei “sentiri” dove i ricordi sono rinverditi dalla brezza del rimpianto, dallo storico rispondere alla terra dell’anima: interlocutrice generosa del nostro vivere. Perché la vita, come la terra, è … germoglia, cambia,  … si trasforma, in un perpetuo moto, con i suoi colori, le sue stagioni, la sua autenticità, traendo seco gli indelebili “vissuti”.“Raccontami ancora le tue storie, babbo! Dimmele ancora … Fermati un momento …” implora Gì.    Voci, volti familiari e del paese, affetti intensi che restano vivi e sanno resistere al trascorrere del tempo.    E, infine, dopo tanti voli, si torna a terra dove è piantata la radice, ognuno nella terra  che si porta dentro: la propria.  Per Gì, il nostro autore, il Monte Giogallo
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